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“A coffee with” è il racconto della vecchia fabbrica attraverso le parole di chi l’ha vissuta.

Il primo caffè lo abbiamo bevuto con Marco Toscani, Safety & Maintenance ad Accademia del Caffè Espresso. Nipote di Bruno Bambi, fondatore de La Marzocco, Marco è cresciuto tra macchine da caffè espresso e lavora in azienda dal 1981.

 

Lavoro qui a La Marzocco da settembre dell’81, avevo interrotto gli studi, non mi andava di studiare, volevo essere indipendente e mi dissero vieni lì a lavorare. All’epoca imparavi sul campo. Io ho fatto due anni di apprendistato e poi sono rimasto, a settembre saranno 42 anni.

Ho iniziato affiancando Piero al tavolo da disegno, perché a quei tempi si usava soltanto il tecnigrafo e c’era ancora il babbo di Piero, Beppino, che mi disse “te dovresti girare un po’ tutti i reparti”. E quindi sono partito dall’officina, dallo stampaggio lamiere. A quei tempi si faceva tutto internamente, stampaggio verniciatura saldatura. Al reparto elettricisti c’era Franco Banzi, che mi insegnò un po’ tutto. L’unica cosa che non ho fatto è stata la saldatura. E poi il collaudo e il montaggio finale. Poi entrai al magazzino perché una persona andava via e lì sono rimasto fino a pochi anni fa. L’azienda era piccolina, era una sciocchezza rispetto a ora, ho ancora in ufficio le schede delle macchine di quando facevamo 50 macchine al mese e si scaricavano i componenti a mano.

Più o meno negli anni 90, con l’entrata dei soci americani La Marzocco ha cominciato a crescere sempre di più.

Mi ricordo il primo giorno di lavoro: ero dove si tagliavano e si piegavano le lamiere per fare i banconi per i bar ed ero con un addetto, Pezzatini Giovanni, che mi faceva vedere cosa dovevamo fare. Ma a un tratto si guastò una pompa che pescava l’acqua da un pozzo nel bosco e andammo giù nel bosco a ripararla. Tutto il terreno intorno apparteneva all’azienda e noi abitavamo nella villa qui accanto: la casa era grande e in un’unica unità abitativa abitavamo tutti: i due fratelli Giuseppe e Bruno con le rispettive mogli, Beppina e Fernanda e i figli con le loro mogli: Piero e Giovanna e poi i miei genitori Ettore e Anna con me e mio fratello. Stavamo tutti insieme, dieci persone.

Quando tornavo da scuola suonavo alla portineria della fabbrica il portiere mi apriva, e passavo dal vialetto interno che mi portava a casa.

Posso dire di esserci nato qui dentro, sono sempre stato qui da bambino e ci sono cresciuto, conoscevo tutti i vecchi operai dell’epoca. In ufficio c’erano pochissime persone: Pina, mio babbo Ettore, Piero, eravamo veramente quattro gatti.

Il mio babbo ha lavorato qua, era ragioniere, era nato a Mirandola, in provincia di Modena e lavorava in una ditta dove facevano le carrozzerie per pullman. Quando decisero di sposarsi lui e mia mamma venne a lavorare qui, penso nel 63, forse due anni prima che nascessi io. E poi c’è stato fino alla pensione. Credo per un periodo di tempo anche la mia mamma abbia lavorato qui. Aiutava il mio babbo perché c’era da fare la registrazione a mano, tutte le prime note, i registri contabili e lei lavorava da casa.

Abbiamo passato anche dei momenti abbastanza difficili, in cui di lavoro ce n’era veramente poco. Mi ricordo che una volta eravamo proprio fermi e allora facemmo noi la manutenzione del tetto, si saldò la guaina. All’epoca certi lavori si facevano internamente, da noi, non era come adesso che ci vogliono le ditte e le certificazioni. Ora non si può più fare.

Poi per fortuna quando Piero cominciò a lavorare con Kent il lavoro iniziò a crescere.

Ricordo l’ultimo arredamento che si è fatto, la Fonte dei Dolci: consegnammo di notte, caricammo il vecchio furgone che avevamo e andammo in centro a Firenze, eravamo tanti, praticamente quasi tutta l’officina, per scaricare questo banco in via Nazionale. C’era il babbo di Piero e quello fu l’ultimo lavoro che fece. Poi la falegnameria chiuse e una parte dello stabilimento fu venduto e alcune parti ridimensionate, come il bar che era nel mezzanino, che prima ospitava un bar e uno showroom enorme e poi venne fatto un piccolo bancone. E le macchine storiche vennero messe giù dove era stata fatta una vetrina un po’ come ora.

Dove ora c’è l’assistenza c’era la technical service, che gestiva i ricambi, mentre dove siamo noi OFB c’era una ditta esterna che lavorava per noi, che ridusse gli spazi e li riprendemmo noi per mettere la produzione della GS3 e il collaudo delle caldaie, che prima era sopra ma spostandolo riuscimmo ad installare nuove postazioni di collaudo che mancavano.

Pian piano crescendo fu sempre più difficile gestire tutto in questo stabilimento. Mancavano gli spazi. Avevamo molte lavorazioni interne, quindi c’erano tanti materiali, avevamo sei torni e sei tornitori che facevano i rubinetti, il rubinetto vapore, lo scarico, l’ancoraggio dove entra l’acqua nella macchina. Quindi usavamo tanto ottone, tante materie prime, bronzo. Tra la crescita del lavoro e la difficoltà di trovare nuovi operai giovani pian piano cambiò il modo di lavorare. Fornitori esterni, il passaggio dai banchi da lavoro ai carrelli per facilitare lo scorrimento delle fasi di lavorazione.

Qui era enorme rispetto alle officine precedenti ma è sempre rimasta una conduzione più che familiare, eravamo 15 e quando chiuse la falegnameria si rimase in dieci. Nei tempi migliori, quando lavorava la falegnameria, c’era anche una cinquantina di operai.

Bruno, mio nonno, si occupava del lato vendita ed era sempre in giro, il babbo di Piero seguiva l’officina ed era sempre a disegnare, progettare, ma si era staccato dalle macchine da caffè si era concentrato sugli arredamenti ed era sempre a disegnare. Fu Piero a portare avanti i progetti della GS2… La GS, con la testina e tutto l’aveva disegnata Beppino. Piero preferiva andare avanti con le macchine. Ed ha avuto ragione.

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